Dentro Ophelia di Millais: il paradosso di una bellezza che ci attrae prima ancora di raccontarci la sua tragedia.
Arte e psicologia: i preraffaelliti Dentro Ophelia di Millais: il paradosso di una bellezza che ci attrae prima ancora di raccontarci la sua tragedia. Di Vanessa Cerminara – 1 Ottobre 2026 Siamo diventati bravissimi a rendere belle le cose. Una tavola apparecchiata, un angolo di casa, i fiori comprati al mercato, persino una giornata storta può diventare una fotografia bellissima se incontra la luce giusta.Abbiamo sviluppato un’ossessione per la bellezza, io poi ammetto di ricercarla ovunque.Proprio per questo ho iniziato a domandarmi il perchè io lo faccia. Rifletto su tanti perchè, al punto da poter riempire il mare ed è forse per questo che scrivo, per provare, ogni tanto, a pescare una risposta.Leggevo in una rivista che l’ossessione contemporanea della bellezza è da ricercarsi in un mix di radici evolutive, pressioni sociali e funzioni cognitive del cervello; è proprio su quest’ultime che voglio soffermarmi. La neurologia mostra come la bellezza attivi in maniera molto rapida il nostro cervello, risvegliandone l’attenzione. Il cervello tende a risparmiare quanta più energia possibile e l’atto di riconoscere un volto o qualcosa di gradevole richiede pochissimi millesimi di secondo: una vera e propria “scorciatoia cognitiva”.Forme, volti, colori, simmetrie: la bellezza, o almeno ciò che percepiamo come tale, ha il potere di farci fermare ed è pensando a questo fenomeno che mi sono domadata: “Ma perché i Preraffaelliti, a quasi due secoli di distanza, ci sembrano ancora così familiari?” Forse perché davanti ai loro quadri succede qualcosa di molto simile: prima ci seducono, poi ci “costringono” a guardare.Colori intensi, volti bellissimi, capelli che sembrano avere una vita propria, tessuti, acqua, fiori dipinti uno per uno. I Preraffaelliti sembrano conoscere perfettamente il potere dell’immagine di catturare lo sguardo. Ma è quando ci avviciniamo alle loro opere che le cose si complicano o meglio evolvono, perché tutta quella bellezza non racconta necessariamente qualcosa di inappuntabile. Può celare desiderio, ossessione, abbandono, follia, persino la morte. Ed è probabilmente per questo che continuo a tornare con la mente davanti a Ophelia di John Everett Millais. La prima cosa che vediamo appunto, è la sua bellezza, solo dopo ci ricordiamo che stiamo guardando la sua dipartita. La bellezza ha il potere di farci fermare La bellezza può modificare l’attività del Default Mode Network (DMN), la rete cerebrale associata anche al pensiero autoriferito e al vagare della mente, creando una sorta di “sospensione”: l’attenzione si sposta sul presente e il rumore dei pensieri sembra attenuarsi. Ci scollega dal flusso del tempo, dandoci la sensazione che il mondo si sia fermato. John Everett Millais: il Preraffaellita che incantò l’Ottocento John Everett Millais (1829–1896) nacque a Southampton, Regno Unito. Fu il talento più giovane in assoluto ad entrare alla Royal Academy di Londra ed il fondatore nel 1848 della Confraternita dei Preraffaelliti.Questo gruppo d’artisti rifiutava gli standard accademici del tempo e aspirava a tornare alla rappresentazione realistica, all’uso dei colori vividi precedenti a Raffaello e propri del Rinascimento.I preraffaelliti sceglievano di trattare nelle loro opere temi tratti dalla mitologia, letteratura e religione ricche di simbolismo. La passione di Millais per il realismo lo portò a confrontarsi intensamente con la natura, infatti prima di dipingere l’opera che lo rese celebre per la sua tecnica, l’Ophelia, si ritirò per settimane nella campagna inglese. Lì aveva la possibilità di osservare e studiare le piante e i fiori che poi dipinse nell’opera. La sua dedizione era così assoluta da contrarre la polmonite, a causa delle ore di esposizione al freddo, che compromise anche la sua salute mentale. Anatomia dell’opera: Ophelia Millais prende in prestito Ophelia dall’Amleto di Shakespeare.È una giovane nobildonna della corte danese, figlia di Polonio e innamorata del principe Amleto. Un amore fragile fin dall’inizio: il padre e il fratello la invitano a diffidare di lui, mentre Amleto, sconvolto dalla morte del proprio padre e consumato dal desiderio di vendetta, finisce per allontanarla e respingerla. Poi accade l’irreparabile: sarà proprio Amleto, accidentalmente, a uccidere Polonio. Ophelia perde così, quasi nello stesso momento, l’uomo che ama e suo padre e qualcosa dentro di lei si spezza.Comincia a vagare per la corte cantando, pronunciando parole sconnesse e distribuendo fiori, ognuno carico di un significato, fino a quando la sua storia incontra l’acqua. Shakespeare non ci mostra la sua morte., ce la fa raccontare dalla regina Gertrude: Ophelia cade in un ruscello e le sue vesti, gonfiandosi, la tengono per qualche istante a galla. Continua a cantare, come se non comprendesse ciò che sta accadendo. Poi i tessuti si impregnano d’acqua, diventano pesanti e lentamente la trascinano verso il fondo. È esattamente questo istante che Millais decide di fermare. Non la caduta. Non la morte.Quel breve momento nel mezzo, in cui Ophelia è ancora viva ma sembra appartenere già a un altro luogo. Ophelia (1851-1852) Dipinto a olio su tela (76,2×111,8 cm). Museo: Tate Britain (noto anche come parte della Tate Gallery) Soggetto: La morte di Ofelia tratta dall’Amleto di William Shakespeare La scelta di rappresentare quel momento di quasi sospensione non è casuale. Shakespeare era una fonte amatissima dai Preraffaelliti: nelle sue opere trovavano letteratura, sentimento, tragedia e immagini potentissime da trasformare in pittura. Millais costruisce così intorno a Ophelia un mondo incredibilmente vivo. Caratteristiche dell’opera Composizione: orizzontale e immersiva. Il corpo di Ophelia segue il movimento dell’acqua e sembra fondersi lentamente con il paesaggio. Colore: brillante, saturo, quasi smaltato. I verdi dominano la tela e fanno emergere la figura attraverso delicati contrasti cromatici. Luce: limpida e diffusa, non drammatizza la scena ma rivela ogni dettaglio con sorprendente nitidezza. Natura: minuziosa, fittissima, quasi tattile. Ogni elemento vegetale possiede la stessa dignità pittorica della figura umana. Spazio: ravvicinato e senza respiro; la vegetazione chiude la scena e avvolge Ophelia come una cornice naturale. Simbolismo: fiori e piante trasformano il paesaggio in un linguaggio, anticipando e accompagnando il destino di Ophelia. È proprio mettendo insieme questi elementi che emerge il paradosso dell’opera: tutto ciò che circonda Ophelia sembra pulsare di vita proprio mentre la sua si sta spegnendo. Millais non contrappone semplicemente la bellezza alla morte: le fa










