Abbiamo paura perché siamo vivi: come l’arte trasforma il buio in luce
Affrontare l’ignoto Abbiamo paura perché siamo vivi: come l’arte trasforma il buio in luce Di Vanessa Cerminara – 3 Agosto 2026 Ogni sera, quando la casa si fa silenziosa e le voci del giorno si spengono una a una, compio lo stesso piccolo rito, sempre uguale, sempre necessario. Chiudo il libro tra le mani, segno la pagina come se domani fosse una promessa e lo appoggio sul comodino, accanto al bicchiere d’acqua che non berrò mai davvero. Mi sfilo gli occhiali e il mondo si sfuma ai bordi. Mi volto verso il mio compagno, lo bacio piano, quasi per non disturbare il silenzio che sta per arrivare. Resto un istante così, immobile, ad ascoltare il respiro della stanza che si acquieta. Solo allora, la mia mano trova la strada verso un piccolo interruttore, quello della lucina di emergenza che lascio accesa. Ebbene sì, non dormo mai in una stanza completamente buia. Forse non è un qualcosa di cui andare propriamente fiera da adulta ma ad essere sincera non me ne vergogno affatto nè me ne preoccupo. Anzi, ultimamente quella lucina mi fa uno strano effetto: mi ridimensiona. Se ci penso bene, il buio della stanza non è la cosa che mi ha fatto più paura nella vita. Ho attraversato paure molto più grandi di un’ombra sul muro, quelle che arrivano con le perdite, le scelte sbagliate, i momenti in cui il terreno sotto i piedi sembra sparire senza preavviso. Sono quelle paure che non si spengono con un interruttore, che non hanno una lucina capace di tenerle a bada. E allora quella piccola luce sul comodino, con gli anni, ha smesso di essere qualcosa da nascondere, è diventata quasi un promemoria: se sono riuscita a reggere il resto, posso concedermi di avere ancora paura del buio perché non tutte le paure vanno vinte. Alcune paure vanno solo accolte, con gentilezza, per quello che sono. Ti sarà capitato almeno una volta no? Quella sensazione fisica, il cuore che accelera senza motivo apparente, la mente che si affolla di scenari…La chiamiamo paura e la trattiamo come un difetto da correggere, un intruso da zittire il prima possibile. Ma se provassimo a fermarci un attimo? Se smettessimo di guardarla come un semplice allarme e provassimo a sentire il peso di ciò che porta con sé? Prima dell’amore, prima della meraviglia, prima ancora della conoscenza, c’era la paura. È il nostro primo vero motore evolutivo: ci ha permesso di sopravvivere ai predatori, di riconoscere il pericolo, di proteggere e preservare la specie. Ma non è solo un allarme che si accende e si spegne. A volte è una porta, una crepa attraverso cui entra qualcosa che non avevamo ancora visto di noi stessi. Se ti dicessi che alcune delle opere più potenti della storia dell’arte, quelle davanti a cui restiamo immobili nei musei, sono nate esattamente da lì? Ne ho selezionato qualcuna per te che stai leggendo e che forse stai lottando contro una paura o facendo resistenza in sordina. Sappi che prima di te qualcuno che oggi reputi “grande” ha avuto paura e ne ha fatto arte. “Prima dell’amore, prima della meraviglia, prima ancora della conoscenza, c’era la paura. L’arte toglie alla paura il suo potere più crudele: quello di farci sentire soli.” Perché sentiamo il bisogno di esorcizzare il buio Dal punto di vista della psicologia analitica junghiana, la paura non affrontata non scompare: si cristallizza in quella che viene definita l’Ombra, l’insieme degli aspetti inconsci della personalità che l’Io rifiuta o teme. Più la ignoriamo, più prende spazio, silenziosa, sotto la superficie.C’è però un meccanismo che permette di trasformarla invece di subirla: la sublimazione. Secondo la psicoanalisi, l’arte è una delle sue forme più alte. L’artista prende un impulso caotico, angosciante, distruttivo e lo incanala in una struttura dotata di senso. Non lo elimina: gli dà una forma che si può guardare senza esserne travolti. È lo stesso principio che Aristotele chiamava katharsis, a proposito della tragedia greca, attraverso cui ci si purifica e libera grazie a due emozioni chiave: la pietà (eleos) ed il terrore (phobos). Ma è Nietzsche, secoli dopo, a spiegarci bene perché funziona. Per il filosofo tedesco infatti, la vita è fatta di un caos di fondo, dolore, caos, imprevedibilità, che nessuno riuscirebbe a guardare in faccia senza filtri. L’arte è proprio quel filtro: non nasconde il caos, gli dà una forma, un contorno, un senso, non è una bugia consolatoria. L’arte è un modo per reggere la verità senza esserne schiacciati, quel filtro protettivo per non impazzire di fronte al dolore del mondo. L’arte è l’unica a trasformarlo in pura bellezza e trionfo.Nella storia dell’arte gli artisti ci mostrano nelle loro opere il panico così com’è, dandogli un colore, una forma, una cornice. Ed è proprio quella cornice a renderlo guardabile e, in fondo, a salvarci. C’è un altro concetto, quello di sublime, che spiega perché queste opere ci affascinano invece di farci scappare via. Filosofi come Kant e Burke lo descrivevano così: “Davanti a qualcosa di immenso o spaventoso, una tempesta, un abisso, un mostro dipinto, proviamo un piacere particolare, proprio perché lo stiamo osservando da un posto sicuro.” Non siamo dentro la tempesta: la guardiamo da riva. È lo stesso motivo per cui riusciamo a restare davanti a “Saturno che divora i suoi figli” senza voltarci: il quadro ci offre l’abisso, ma senza il rischio di caderci dentro davvero. Affrontare la paura attraverso un’opera che sia visiva, letteraria o performativa, attiva i nostri neuroni specchio in un ambiente sicuro. Ci permette così di toccare il fondo dell’abisso sapendo che, almeno in teoria, possiamo risalire. L’arte toglie alla paura il suo potere più crudele: quello di farci sentire soli. Munch e il grido che non fa rumore Non è il mondo esterno a fare paura ne L’Urlo (1893), ma l’eco interiore che quel mondo produce. Munch racconta nel suo diario una passeggiata al tramonto a Kristiania, l’attuale Oslo. Il cielo si tinse improvvisamente di rosso sangue e lui percepì un grido che sembrava attraversare









